Stranger Things, fan review

Il 15 luglio 2016 ha debuttato su Netflix la serie sci-fi/horror Stranger Things, composta di otto episodi di circa 50 minuti e ambientata in un paesino americano nei pressi dello stato di New York.

La serie ha riscosso un’enorme successo da parte della critica (si vedano i rating su Rotten Tomatoes, IMdB, e i pareri favorevoli di un gran numero di quotidiani e riviste specializzate), suggellato dalla partecipazione agli Emmy Awards 2016 (per cui la serie non ha potuto essere candidata, visto che le nomination chiudevano a fine giugno) e ai Golden Globe 2017 di buona parte del cast. Tre dei quattro bambini protagonisti (uno era impegnato nelle riprese del remake di “It”) hanno infatti partecipato alla cerimonia di premiazione, allietando il pubblico con una serie di scatch (hanno distribuito panini alla folla e si sono esibiti cantando “Uptown Funk”), con tanto di interviste sul red carpet. Questo ha contribuito ad amplificare ancora di più la loro fama, e i giudizi favorevoli sembrano moltiplicarsi all’infinito (specie per la colonna sonora, che è stata accolta dal mondo musicale come “qualcosa di profondamente iconico ed evocativo”). Ora, il successo di Stranger Things mi ha offerto diversi spunti di riflessione, sia sulla serie in sé, che sul modo in cui prodotti di questo genere vengono percepiti dal pubblico con l’avvento delle nuove strategie di diffusione foraggiate da Netflix. Ne approfitterò per parlare anche di altre serie tv, più o meno analoghe a questa, come Twin Peaks, Lost e Les Revenants.

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Gli aspetti positivi di Stranger Things

La storia, che si rifà dichiaratamente a tutto l’immaginario e la filmografia anni ’80 (prendendo ampiamente spunto da Spielberg, Stephen King e John Carpenter), narra di tre ragazzini che si trovano a dover fare i conti con la sparizione di un loro amico, e contemporaneamente incappano in una ragazzina androgina molto stile “Il sesto senso” che dimostra di avere dei poteri simil-telecinetici. Senza andare nel dettaglio, gli eventi ruotano intorno alle ricerche del ragazzino da parte dei suoi amici, della madre (Winona Ryder) e dello sceriffo della città, il tutto allietato da una presenza mostruosa e inquietante che, con un pizzico di arguzia, si scopre avere a che fare con la suddetta sparizione; ah, quasi dimenticavo: c’è il tema bonus della cospirazione governativa sullo scenario della Guerra Fredda.

https://www.youtube.com/watch?v=XWxyRG_tckY

La recitazione dei personaggi principali è senza dubbio encomiabile: la Ryder è davvero brava a trasmettere al pubblico la sua angoscia, lo sceriffo Hopper, seppur un po’ troppo aderente al clichè del poliziotto alcolizzato per via di traumi regressi (un po’ tipo Colin Farrell nella seconda stagione di True Detective), ricopre bene il ruolo, e i bambini dimostrano delle capacità attoriali a dir poco sorprendenti per la loro età. Nel cast c’è anche una componente più adolescenziale (il fratello del bambino scomparso e la sorella di uno dei suoi amici), che però ricopre un ruolo abbastanza parallelo rispetto alla trama principale, almeno nelle prime fasi.

Per quanto riguarda i vari richiami ai temi degli anni 80′, non sono un grande esperto del genere, quindi non me li sono goduti appieno, ma a detta di persone competenti l’atmosfera che si respira sembra davvero cucita sopra a uno di quei maglioni coloratissimi che andavano tanto di moda allora, con tanto di marsupio abbinato. Dopotutto, se penso a quel decennio lì, mi vengono in mente da una parte gli yuppies di American Psycho, e dall’altro tutta quella filmografia che ha contribuito a creare il mito/incubo di “americanata”, con alcuni acuti e molti elementi rivedibili.

Un aspetto positivo probabilmente risiede nella scelta di dare una centralità così forte a dei bambini, e forse è proprio questo che ha contribuito a preservare l’innocenza di una serie che avrebbe dovuto avere delle tinte molto dark, e quello spirito di reminiscenza infantile sopra citato. Inoltre questa scelta ha permesso che alcuni temi venissero affrontati da una prospettiva abbastanza originale: i rapporti di amicizia e di fiducia reciproca, e anche la nascita di un amore impacciato.

Gli effetti speciali sono fatti molto bene, e i toni scuri scelti per ambientare alcune delle scene più fantascentifiche contribuiscono a far sì che i mostri partoriti dalla mente dei Duffer Brothers si amalghimino realisticamente con lo spazio circostante. Una nota di merito particolare va all’abitazione in cui abita il bambino scomparso, che col passare degli episodi si arricchisce di sempre più elementi suggestivi.

https://www.youtube.com/watch?v=VPDZkbq0Zp8

Una menzione d’onore va fatta alla sigla iniziale, accompagnata da synthoni anni 80′ e incentrata sul nome della serie scritto a lettere macroscopiche in uno stile che ricorda i romanzi di Stephen King, e che fa leva sui toni sanguigni per ispirare un senso di inquietudine allo spettatore; ad essa segue ogni volta il titolo di ogni episodio, preceduto da “chapter/numero dell’episodio”, quest’ultimo scritto in caratteri simil-Tarantiniani.

Gli aspetti negativi, e parallelismi con altre serie

Immagino si sia percepito che il mio approccio a questa produzione sia stato fin qui abbastanza critico (e lo sarà ancora), ma voglio puntualizzare che il mio giudizio sul prodotto in sé non è così negativo, solo ritengo che l’hype creato da tutte queste recensioni favorevoli fosse davvero sproporzionato rispetto ai contenuti proposti, anche alla luce dei parallelismi qui di seguito.

Prima di tutto: originalità, inventiva, spirito di immaginazione. Penso che queste parole non figurino fra le prerogative dei creatori di questa serie, o forse dei produttori di molte serie americane in generale (il colosso Netflix ha sì ottime idee, ma altre sono un po’ stantie, e devono compensare con elementi come, appunto, la recitazione magistrale; la Fox butta fuori delle produzioni agghiaccianti, intervallate da qualche iniziativa fortunata come O.J. Simpson e Wayward Pines).

Stranger Things a mio parere fa acqua da davvero molti punti, ma è proprio dall’originalità che voglio partire: ricapitolando, nella trama ci sono dei mostri (che per quanto fatti bene, non fanno molta paura, e non hanno nulla di caratteristico), una cospirazione governativa (solo a me viene da ridere? Fra l’altro provate a trovare uno solo dei personaggi della suddetta organizzazione che risulti vagamente credibile), e qualche mezza storia d’amore, condita con sane scene di quotidianità scolastica.

Ora, parlando di originalità, penso che per quanto sia molto cool ed evocativo, adottare il leitmotiv della cittadina sperduta in cui non succede mai niente (lo sceriffo dice che l’emergenza più grande affrontata da lui lì è stato un gufo che aveva deciso di usare una passante come trespolo) sia un po’ superato). Inoltre, è un modello che si applica meglio a situazioni in cui aleggi un alone di mistero (Twin Peaks e Wayward Pines) piuttosto che ad un thriller vero e proprio, in cui il nemico potrebbe sbucare da un momento all’altro, come si propone di essere Stranger Things, in cui ci sono davvero troppe poche cose non dette. E qui vorrei aprire una parentesi, per parlare di una serie di cui troppo poco si è parlato, nonostante abbia vinto agli Emmy per la migliore serie drammatica internazionale:

Les Revenants

https://www.youtube.com/watch?v=NUD8qU77BJ4

E’ una serie francese ambientata in un minuscolo paesino delle Alpi, ai giorni nostri. Nella prima scena, un pullman pieno di bambini delle elementari cade in un burrone. Nella seconda, subito dopo  la sigla, una delle bambine presenti su quel pullman torna a casa illesa, e trova sua sorella gemella invecchiata di tre anni. Il fenomeno si ripete con altri personaggi, più o meno connessi fra loro, ma scomparsi in momenti e circostanze completamente diverse. Di paranormale, almeno nella prima stagione, c’è poco o nulla: tutta la sceneggiatura è basata sul dramma umano di chi si debba trovare a reincontrare una persona amata creduta morta da molto tempo, rimasta tale e quale al momento del suo trapasso. Questo paradosso porta al crearsi di meccaniche del tutto inedite, talmente ad effetto da far passare almeno inizialmente in secondo piano le ragioni dietro a questi avvenimenti, e la necessità di una spiegazione. Il risultato è un’opera profondamente tragica ed inquietante, con una fotografia e una colonna sonora (di cui parlerò meglio dopo) incredibili. Soprattutto, grazie a questo tipo di trama si abbraccia quello che, a mio parere, dovrebbe essere la colonna portante di moltissime serie tv: la caratterizzazione del personaggio (gli episodi di Les Revenants sono nominati a seconda del personaggio di cui parlano). Gli esempi celebri e più ovvi che mi vengono in mente sono Twin Peaks, a cui questa serie si rifa abbastanza dichiaratamente, e Lost, in cui ogni singolo personaggio ha una storia da raccontare (sia chiaro, non proprio vita morte e miracoli, ma eventi intrinsecamente legati alla trama principale). D’altronde, è proprio questo uno degli aspetti di cui si possono avvalere le serie tv rispetto a produzioni dal minutaggio meno elevato: nei film in generale non c’è così tanto tempo a disposizione per raccontare un così grande numero di storie (almeno, nei film “normali”), quindi perché limitarsi ad una nel contesto di una serie? É proprio su questo punto che posso tornare a parlare della serie di Netflix.

Altri spunti critici

In Stranger Things moltissimi personaggi mancano della dovuta profondità: di alcuni, come dello sceriffo, vengono accennati (ma proprio un accenno minimo eh) episodi chiave della vita che ne motivano le scelte dal punto di vista psicologico, mentre altri ne sono del tutto privi. Ovviamente è difficile pretendere questa operazione anche sui bambini, ma questa lacuna mi ha portato a percepire come se questa serie fosse due volte più corta delle altre. Non dico che debbano fare tutti come in Twin Peaks, in cui spesso questa smania di caratterizzazione fa rallentare non poco il corso degli eventi, ma non è che in Stranger Things ci sia un susseguirsi di eventi così serrato da giustificare queste omissioni dolorose.

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Come ultimo tema, vorrei affrontare la figura dell’antagonista. Nonostante nel primo episodio Eleven (la bambina magica) si riferisca ai suoi inseguitori con un generico “i cattivi”, quasi fin dalle prime battute è abbastanza chiaro chi siano le entità maligne sullo scacchiere. E questo è un qualcosa che può funzionare fintanto che ci sia un lavoro accurato e consapevole sulla figura del malvagio (non pretendo di trovarmi un cattivo fumettistico tipo il Joker di Batman, sia chiaro); tuttavia, ho la sana pretesa di credere che per creare un antagonista credibile ed empatico, bisogni lasciare un certo grado di ambiguità al suo personaggio, e non dipingere tutto in bianco e nero. Ecco, per esempio mi sento di dire che in Les Revenants questo concetto sia stato portato ad un passo successivo, perché almeno fino alla seconda stagione (e anche lì il loro carattere e la loro posizione nei confronti degli altri siano molto soggetti ad interpretazione) i cattivi quasi non ci sono: sono i protagonisti stessi che a fasi alterne ci si presentano con l’una o l’altra maschera.

Bonus: Colonna sonora

Per accompagnare i bambini nella loro avventura tenebrosa sono stati scelti Michael Stein e Kyle Dixon, ex membri di una band synth chiamata Survive, noti al grande schermo solo per aver composto alcune tracce nel film The Guest. Come ho già detto della sigla, il loro lavoro consiste principalmente nell’aver piazzato un sacco di synth anni 80′ nei momenti giusti, contribuendo molto bene a creare un’atmosfera di tensione e, al tempo stesso di rievocazione. Quindi, bravi loro. Tuttavia sono rimasto sorpreso dalla risposta del mondo della critica musicale, sia internazionale (vedi Fact Magazine e Rolling Stones) che nostrana (Dlso e Deer Waves), che a mio parere è stata a dir poco spropositata (all’annuncio dell’uscita della colonna sonora su vinile, le reazioni sono state entusiastiche quasi fino al ridicolo). Ok, è piaciuta anche a me, ma non è che questi due abbiano fatto una cosa così difficile e inedita: si sposa semplicemente molto bene con l’atmosfera della serie, però non consiglierei l’ascolto a sé stante, perché lo riterrei un po’ sterile così decontestualizzato. Per fare un confronto, cito le serie di cui ho parlato finora: Twin Peaks e Lost hanno avuto come compositori rispettivamente Angelo Badalamenti e Michael Gioacchino (lo stile rispetto a Stranger Things è completamente diverso, però ovviamente è una sfida vinta in partenza da questi due mostri sacri), mentre Les Revenants ha una colonna sonora simile, sempre basata su synth e suoni discordanti e sinistri, ma di gran lunga più variegata e coinvolgente (dopotutto è stata composta da Mogwai, una band scozzese post-rock dall’esperienza ventennale e con una discografia di tutto rispetto).

Quindi, per concludere, Stranger Things non è una brutta serie, e anzi vi consiglio di guardarvela, però rispetto ad altri capolavori che ci sono in giro a mio parere è stata molto sopravvalutata.

| di Ottone Baccaredda Boy |

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