Ryuzo and the Seven Henchmen, il nuovo film di Takeshi Kitano

Takeshi Kitano è un artista poliedrico, è partito dagli show televisivi trash per poi diventare uno dei più importanti registi contemporanei giapponesi.
Tema che spesso incontriamo nelle sue opere è la Yakuza, la mafia giapponese; Kitano si è sempre impegnato molto nel descrivere queste organizzazioni, andando ad analizzare nel dettaglio ogni comportamento, da quelli più nobili come il rispetto e il senso del dovere e della reputazione, a quelli chiaramente più brutali come la violenza e le angherie.
In questo film ci troviamo di fronte a Ryuzo, un ex Yakuza in pensione che non sa come passare la giornata e spende il tempo o al parco con un  suo vecchio compagno di scorrerie o in giardino mostrando i suoi tatuaggi da mafioso a tutto il vicinato e addestrandosi al combattimento con un bastone.

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Ryuzo (interpretato da un bravissimo Tatsuja Fuji) decide assieme all’amico Masa di rimettere su la vecchia gang; è così che 8 vecchi Yakuza in pensione, ognuno con una tecnica di combattimento diversa (c’è chi usa la spada, chi il rasoio, chi lancia i chiodi, chi la pistola) si riuniscono e mettono i bastoni fra le ruote ad una agenzia crimine nuova, con altri metodi e altri principi rispetto a quelli della ormai scomparsa Yakuza.
Notiamo anche come il regista appaia in una piccola parte, quella di un vecchio Detective, sembrava infatti strano non vedere Kitano in uno dei suoi film.
Il film è stato un gran successo in patria, incassando al botteghino un totale di ¥184.66 milioni di Yen (equivalente di 10 milioni di dollari) e ricevendo ottime critiche.
La messa in scena è ottima, i combattimenti, per quando scherzosi (fino ad un certo punto), sono ben realizzati, la regia è molto curata, non mancano infatti piani sequenza e inseguimenti in macchina, e non lascia da parte un’accuratezza estetica molto raffinata. Anche gli attori sono davvero molto bravi, alcuni un po’ acciaccati per via dell’età.
Nonostante in sala ci fosse gente che si sbellicava rumorosamente dalle risate, io ho trovato il film non esilarante, ma comunque piacevole.
In realtà i momenti che giustificano davvero grasse risate del pubblico sono pochi, e l’umorismo è sempre dettato da un’unica matrice, riposta nel comportamento dei personaggi; il paradosso che il regista ha voluto creare unendo insieme l’ età avanzata degli ex malavitosi ed i loro comportamenti spavaldi che rinviano  alle loro giovanili esperienze criminali.

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Dopo due ore il leitmotiv, se funziona all’inizio, alla lunga finisce con l’essere un po’ stucchevole.
In altre parole vista la prima scena, le altre corrono il rischio di diventare un’inutile ripetizione del medesimo registro.
Nonostante questo è da lodare il lavoro di Kitano per la sua capacità registica, e anche per la scelta di trattare con un registro comico/farsesco vicende legate alla Yakuza (senza voler assumere nessun tono moralista).
Il Maestro giapponese, con la scelta di questo registro, non ha voluto cimentarsi in un’opera troppo impegnata, per non correre il rischio di fare un film a metà, come spesso accade ad alcuni autori anziani che perdono la vena poetica.
Non mi pare che Kitano si possa far rientrare fra questi ultimi, e mi auguro che questa mia impressione possa essere anche nel futuro confermata ricordando la sensibilità mostrata nelle sue opere precedenti (fra tutte Hana Bi).

|di Tommaso Frangini|

SATIRO SAGGIO COPERTINA

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