Stop, il nuovo film di Kim Ki-duk

Ieri ho assistito alla proiezione in anteprima del nuovo film di uno dei più importanti autori contemporanei.
Il XXVI Festival del Cinema Africano, Asiatico e dell’America Latina infatti quest’anno ha portato in Italia tre opere di tre fondamentali autori asiatici: Ryuzo and the Seven Henchmen di Takeshi Kitano, Monk Comes Down the Mountains di Chen Kaige, e infine Stop di Kim Ki-duk.
Il film del cineasta Coreano è ambientato in Giappone, è un’opera a budget ristrettissimo, e spesso lo si nota (anche troppo).
Narra la tragedia di una giovane coppia che abita a Fukushima, vicino alla centrale nucleare.
Il film si apre con delle immagini del terremoto, e la terribile fumata bianca che fuoriesce da quest’ultima.
La coppia e tutti gli abitanti della zona vengono subito fatti trasferire, e si rifugiano a Tokyo.
Qui si scopre che la ragazza è incinta e viene contattata da un sinistro personaggio del governo che la esorta ad abortire, poiché il grande Giappone non può permettersi di avere dei bambini con le mutazioni.
La coppia è in crisi, la ragazza vuole a tutti i costi abortire perché pensa di avere in grembo un mostro, il ragazzo invece tenta di far rinsavire la compagna, e si reca più volte a Fukushima, infischiandosene del pericolo delle radiazioni, per fotografare la flora e la fauna.

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Non ci sono particolari mutazioni nella vegetazione e negli animali, ma la compagna è ancora scettica e vuole abortire.
Il compagno si reca un’ultima volta, e assiste al parto di una donna eremita pazza, che partorisce un feto morto.
A questo punto vi è un ribaltamento dei ruoli, il ragazzo vuole a tutti i costi far abortire la compagna, la ragazza invece ha deciso di tenersi il bambino, e torna a vivere a Fukushima nonostante le radiazioni.
Come spesso accade nei film del regista, i personaggi maschili si comportano come degli psicopatici mentre le donne sono succubi dell’agire del loro compagno.
La coppia perde la ragione, e anche il film perde la retta via: assistiamo a venti minuti in cui il ragazzo si trasforma in un eco-terrorista, se la prende con l’energia elettrica (proprio perché per generarla vi è stato bisogno della centrale nucleare), e vuole provocare un Black Out a Tokyo, la città della luce.
Questa è la parte in cui il regista punta il dito contro la società moderna, in continuo sviluppo, senza freni e senza morale, che non pensa alle conseguenze ma solo al progresso; un attacco quasi Marxista al sistema.
La ragazza nel frattempo partorisce.
Il film si interrompe e veniamo catapultati 7 anni più avanti.
La coppia ora abita  a Fukushima con un bambino apparentemente normale, se non che notiamo che deve avere sempre le orecchie tappate: il bambino ha un udito cento volte più forte di quello normale.
Il film si conclude con una cruda scena di alcuni bambini che torturano il ragazzino urlandogli e fischiandogli con un flauto nelle orecchie.
Il messaggio è forte e diretto, siamo noi i mostri, non i possibili figli mutanti che nasceranno per via delle radiazioni, il progresso ci sta trasformando in esseri privi di umanità.

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La prima parte è molto efficace: si assiste alla potente fase dedicata alla trasformazione, soprattutto psicologica, dei personaggi e il regista riesce a trasmettere in modo magistrale l’avanzamento della follia nella mente umana.
Ho invece trovato invece le due parti successive un po’ frettolose.
Il film, per via del suo budget ristretto, è molto precario per quanto riguarda la messa in scena, e spesso alcuni suoi passaggi risultano poco credibili.
Alla presentazione in Italia, avvenuta ieri all’Auditorium San Fedele, il film è stato elevato a ennesimo capolavoro del Maestro, ma non sono assolutamente d’accordo: Kim Ki-duk ha voluto realizzare un’opera  dal respiro meno ampio rispetto alle sue precedenti (ricordiamo come spesso i suoi film son stati presentati a Venezia e Cannes) destinato ad una distribuzione meno ambiziosa  per un messaggio potente che invece, a mio avviso, avrebbe meritato ben altro palcoscenico, e forse ben altra realizzazione.
Mi sembra di dover allora riscontrare una specie di timore nel verificare che anche un grande artista possa non aver realizzato una grande opera, come quelle che gli hanno dato fama, e trovo quindi non appropriato applaudire incondizionatamente ogni opera come fosse un  trionfo.

| di Tommaso Frangini|

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. AleRandy ha detto:

    Non vedo l’ora di vederlo, così come quello di Kitano.

    Mi piace

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