Beasts of No Nation, l’innocenza che si perde nella giungla

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Le guerre che sconvolgono l’Africa Centrale sono un argomento di cui si parla raramente, forse perché scomode e violente; e quando lo si fa, spesso manca la necessaria accuratezza.
Ho deciso di vedere questo film (indipendente, ma neanche troppo visto che è stato prodotto da Netflix) senza grosse aspettative, temevo il solito tocco americano.
Il film narra la storia di Agu, un bambino di dieci anni che vive in uno stato non specificato dell’Africa Centro Occidentale (probabilmente un paese al confine con la Nigeria).
Nonostante risenta degli echi di una guerra vicina, la vita di Agu sembra inizialmente tranquilla: gioca coi suoi amici, gira col fratello maggiore per le campagne, parla di ragazze, scherza e cena con la numerosa famiglia, tra piatti abbondanti e risate coi parenti.
La situazione presto peggiora: iniziano i blackout, si sentono di lontano sempre più colpi di fucile e i telegiornali parlano di colpo di stato.
Nel giro di pochi giorni la vita di Agu cambia radicalmente, la gente del villaggio si organizza per scappare; la salvezza risiede nell’arrivare nella capitale, si spendono tutti i soldi per partire in macchine stipate fino a toccare terra e così il bambino vede partire sua madre, per non poterla riabbracciare mai più.
Il villaggio viene poi assediato e conquistato dalle milizie del nuovo governo che, con una superficialità disarmante ed in violazione di qualsiasi regola di civiltà, condanna a morte tutti i prigionieri, tra cui il padre, il nonno e il fratello maggiore di Agu.
Il bambino scappa, corre nella foresta in cerca della salvezza, ed è qui che viene raccolto da un battaglione di ribelli che combattono contro il nuovo governo.
A capo di questo battaglione c’è Il Comandante, interpretato magistralmente da Idris Elba.
Figura carismatica, molto simile a Kurtz di Apocalypse Now, Il Comandante riesce a plasmare le menti dei suoi commilitoni rendendoli delle macchine da guerra senza sentimento, tutti sono uniti sotto la sua bandiera, nessuno dubita di lui e il suo verbo è legge.

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L’atmosfera di guerriglia e violenza è forte, il piccolo Agu non è visto come un bambino, ma è un corpo, con due occhi, due braccia e dieci dita, capace di vedere, di fiutare, e di uccidere.
Il Comandante prenderà sotto la propria ala protettiva Agu che, in poco tempo, diventerà un adulto nel corpo di un bambino, un assassino professionista senza scrupoli.
Il tempo passa e il protagonista non lo avverte, il passare di questo è scandito dai crimini, dalle atrocità, e presto la sanità mentale è messa a dura prova.
Dopo un lungo periodo di fanatismo, in cui Agu, sotto effetto di droghe, assieme al battaglione, porta avanti una cruenta e ingiusta guerra dove a morire sono soprattutto i civili, il bambino, ormai adulto, decide assieme ad altri compagni di abbandonare Il Comandante, poiché la tanto anelata guerra giusta che pensavano di combattere si è ormai trasformata in un inferno maleodorante: il battaglione rimane senza munizioni in una palude, aspettando il nemico che si scorge solo da lontano, non c’è cibo, la gente muore di malattia e rimane a terra a decomporsi.
Dopo la fuga il gruppo di soldati viene catturato dalle Nazioni Unite, e portato in un centro di riabilitazione, dove, con l’aiuto di psicologi, i soldati cercano di raccontare e analizzare l’accaduto.
Chi non ha visto la guerra però non può capirla ,questo è un messaggio molto chiaro del film, la coscienza di un soldato non va sottoposta ad un giudizio superficiale e frettoloso; è una questione troppo personale, e Agu, infatti, nella sua trasformazione, prima si appella a Dio, poi alla madre lontana, e alla fine solamente a sé stesso.
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Anche sul finale notiamo un chiaro riferimento ad un altro grande capolavoro del genere bellico, La sottile linea rossa: il film infatti si conclude con Agu che, dopo tutte le esperienze che ha vissuto, in un momento di ricreazione, compie, con ormai poca dimestichezza, un gesto che non è più abituato a fare da tempo: si butta in acqua a giocare con i propri compagni, cercando ,tra tutto il rumore dei ricordi, di riacquistare invano la propria innocenza.
Il film, presentato per altro alla 72′ edizione del Festival di Venezia (dove Abraham Attah, che interpreta Agu, ha vinto il Premio come Miglior Attore Emergente) ha suscitato forti lamentele per non essere stato considerato agli Oscar.
Un film sicuramente non per tutti, senza veli, forte e crudo, ma un film che non ha paura di mostrare le tremende atrocità che vengono compiute ogni giorno in Africa, dove i conflitti intestini sono all’ordine del giorno, senza fine e senza pace.

|di Tommaso Frangini|
SATIRO SAGGIO COPERTINA

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