Francofonia, l’esagerata adorazione di Sokurov

il

Presentato alla 72′ edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Francofonia è il nuovo film del grande Maestro russo Alexandr Sokurov.
Già vincitore a Venezia nel 2011 con “il Faust”, Sokurov era tra i papabili vincitori dell’ambito Leone d’oro, che poi è stato assegnato a “Desde Allà” di Lorenzo Vigas.

Lo scorrere del tempo è più lento durante la visione di un film di Sokurov;
in alcuni casi, per la maggior parte dei suoi film, questo non influisce sull’attenzione dello spettatore per via della irrazionalità delle scene e delle vicende che continuano a stupire; il merito è anche dato dalla immensa tecnica registica e dall’occhio di Sokurov che sa comporre delle immagini meravigliose.

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Una scena di Arca Russa, film del 2002

Per quanto riguarda Francofonia invece, il mio sentimento è stato sinceramente solo quello di noia: il film ripercorre un’opera, forse la più riuscita, del regista russo: “Arca Russa”, capolavoro interamente girato in piano sequenza per un’ora e mezza, senza interruzioni, ambientato nei saloni dell’Hermitage di San Pietroburgo, dove si ripercorre in un’ambientazione onirirca la storia del Palazzo d’Inverno, da Caterina a Nicola II e non solo.
In quest’opera, molto analogamente, ci troviamo invece al Lovure, e il regista compie un’analisi culturale ponendo il museo come Cuore del vecchio continente.
Siamo nel 1940 e  Parigi è appena stata invasa dalle forze di Hitler e assistiamo a come i capolavori della collezione non furono depredati dai conquistatori nazisti.
Sokurov esagera con la sua ostentazione del bello, della cultura, componendo una brodaglia indistinta e totalmente superficiale; il film è alla fine un mezzo documentario in cui ci viene raccontato in malo modo la vicenda del Louvre sotto assedio (storia a mio parere, per come raccontata, inconsistente) e nel frattempo vengon fatte delle considerazioni del regista su quanto siano belli i quadri del museo, senza però arrivare ad una conclusione vera e propria (che l’arte sia la nostra unica salvezza?).

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Non viene esaltata neanche la capacità di creare grandi scene dal punto di vista estetico, i colpi di lucentezza in quest’opera sono ben pochi.
Per non parlare dei personaggi del passato, se Napoleone è poco presente ma incisivo, la presenza de la Marianne, che non fa altro che dire “libertè egalitè fraternitè”, è snervante e fa venir voglia di abbandonare la sala.
Fattore molto positivo è il mischiarsi indistinto del tempo: ciò che oggi esiste non può prescindere da ciò che è venuta prima, e per questo il regista unisce la Parigi nazista con quella di oggi: tra semafori e traffico spiccano gli elmetti tedeschi e le macchine d’epoca sono affiancate da gente in felpa e scarpe da ginnastica
Se “Arca Russa” aveva un significato ben preciso, quello di ripercorrere la storia del Palazzo d’inverno, e di conseguenza della Russia – e aveva anche un sentimento personale del regista, un forte senso di malinconia e rispetto- quest’opera, che doveva in qualche modo avvicinarsi a tale struttura, non è riuscita nel risultato; non se ne evince nulla se non di quanto Sokurov sia innamorato della cultura Europea e poco altro.
Un film lineare, nel senso che come inizia finisce, non ti prende e non emoziona e cade troppo frequentemente nel banale.
Un peccato vista le aspettative e l’intento dell’opera.

| di Tommaso Frangini|

SATIRO SAGGIO COPERTINA

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